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“Come sacchi di patate”

LP1_migranti

Billy Crash: “D-Jango, sei un negro figlio di puttana”!
Django: “La D è muta, bifolco”!
(Tratto da “Django Unchained” di Quentin Tarantino)

E’ una calda notte di Agosto 2011 quando l’en- nesimo fatiscente barcone carico di profughi, dopo tre giorni in mare viene tratto a riva dalla Guardia Costiera nelle acque dell’isola di Lampe- dusa. L’odissea per migliaia di ghanesi, nigeriani, maliani e ivoriani sopravvissuti al viaggio non è affatto finita, ma è solo alle battute iniziali. Nella sola estate del 2011 sono circa 25.000 i disperati ed esuli da paesi in guerra che mettono piede sul suolo siciliano; di questi un gran numero viene in- serito nel sistema di protezione dei rifugiati (Sprar) istituito dalla legge Bossi-Fini, che garantisce vitto, alloggio e altri servizi in strutture convenzionate su tutto il territorio nazionale. Dei 2.278 profughi che la Regione Campania si dichiara disponibile ad accogliere, 56 vengono inviati all’albergo “Cos’ e pazz” (ex “Lord Byron”) di San Giuseppe Vesuviano. Qui sono rimasti fino al 2 marzo quando, dopo un tira e molla durato due settimane, il Ministero

dell’Interno ha deciso che i rifugiati provenienti dall’Africa centrale dovevano lasciare i centri di accoglienza per richiedenti asilo. Tale decisione, presa dal Governo per mancanza di fondi, è arrivata dopo quasi 2 anni di gestione fallimentare dell’emergenza profughi, che fino al 31 dicembre scorso era in mano alla “solita” Protezione Civ-
ile. Una storia di inospitalità e malaffare che ha portato ad uno spreco enorme di denaro pubblico a fronte di servizi scadenti e incompleti da parte degli albergatori.

 

C’era una volta in Libia…

La Libia, il quarto paese dell’Africa per superficie, occupa la parte centrale del Nord Africa e rappresenta da sempre lo snodo principale della migrazione per chi scappa da guerre e violenze nel continente africano. Fino all’inizio della guerra civile (febbraio 2011) frotte di migranti originari dei paesi ad essa confinanti vi si recavano con la speranza di trovare un lavoro stabile e masse di uomini, donne e bambini provenienti dall’Africa sub-sahariana vi transitavano per raggiungere la costa mediterranea, prendere il largo a bordo di imbarcazioni di fortuna e cercare una terra d’asilo sul continente europeo. Il motivo di tale scelta sta nel fatto che chi fuggiva dalle zone di guerra del Corno d’Africa era alla ricerca di una protezione internazionale che si poteva ottenere solo

in Europa, dato che la Libia non ha ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 e non dispone di un sistema d’asilo. Sebbene la Libia di Gheddafi avesse sottoscritto la convenzione dell’Unione Africana, in vigore dal 1974, che impegna tutti gli Stati membri ad accogliere e proteggere i rifu- giati senza distinzione di razza, di nazionalità, di appartenenza a un determinato gruppo religioso o politico, in seguito alla rivolta contro il rais, il nuovo stato non ha riconosciuto più quella convenzione e così la polizia e i militari hanno scatenato un’aut- entica caccia al nero. Le vittime sono ghanesi, ivoriani, maliani, eritrei, etiopi, somali e nigeriani oggetto di aggressioni, discriminazioni e orrore che li accompagna in un paese che sta andando rapidamente verso un ulteriore imbarbarimento sul piano dei diritti più elementari. Si sono infranti così i sogni di quanti credevano che la Libia potesse promettere un domani migliore.

 

Immigrazione S.P.A.

Subito dopo lo sbarco a Lampedusa e il trasfer- imento a Napoli, i profughi destinati alla nostra regione sono stati affidati alla protezione civile regionale campana, che li ha sistemati in 44 siti tra hotel e strutture di accoglienza. Al loro arrivo Napoli affrontava un’altra emergenza, quella infinita dei rifiuti che aveva fatto scappare gran parte dei turisti e svuotato gli hotel della città. E’ in questo contesto che la protezione civile ha stipulato l’ac- cordo con Federalberghi equiparando le strutture alberghiere aderenti all’accordo a dei Cara (centri assistenza richiedenti asilo) obbligandole così a fornire vitto, alloggio, servizi di mediazione lin- guistica, assistenza medica con presidio sanitario fisso, sostegno socio-psicologico, insegnamento della lingua italiana, organizzazione del tempo libero e somministrazione ed anticipo delle spese mediche. Le cifre reali e le condizioni di questo accordo sono rimaste a lungo sconosciute e sono cambiate più volte nel corso degli anni. Ad oggi per ogni rifugiato adulto lo Stato paga circa 50 euro al giorno a persona, mentre il costo dei minori si aggira intorno agli 80 euro a giorno. Se i Cara fossero stati a norma ci saremmo potuti vantare

di essere una regione modello nel campo dell’ac- coglienza e dell’ospitalità. Purtroppo la realtà
dei fatti è stata ben diversa, con numerosi casi
di denuncia da parte dei rifugiati stessi e delle associazioni umanitarie per i servizi scadenti o inesistenti. “Queste persone sono state portate qui da noi in Campania e parcheggiate come sacchi di patate senza nessun diritto, senza nessuna applicazione della legge e dei regolamenti. A quasi 2 anni dall’inizio dell’emergenza sono stati spesi circa 59 milioni di euro senza che i ragazzi abbiano usufruito di quanto previsto dal Cara” ci ha raccontato Jamal Al Quaddorah, responsabile immigrazione per la Cgil Campania. “I rifugiati hanno denunciato da subito l’assenza dei loro diritti fondamentali senza che nessuno compren- desse la loro situazione” continua. “Sono tanti i casi in cui siamo dovuti intervenire noi della Cgil

o volontari di altre associazioni. Ricordo che in
un hotel di Napoli un ragazzo rifugiato era a letto con la febbre da 39 giorni e un albergatore senza scrupoli non ha chiamato ne’ un ambulanza ne’ un medico. Quando lo abbiamo saputo abbiamo chiamato il 118 e lo hanno portato in ospedale. Avremmo avuto bisogno delle istituzioni al nostro fianco in questa battaglia, ma purtroppo il tutto
è stato gestito dalla protezione civile in modo fallimentare”. La protezione civile, infatti, avrebbe dovuto controllare la qualità dei servizi offerti dagli albergatori ed invece ha spesso chiuso entram- bi gli occhi, lasciando i 2.278 rifugiati al proprio destino.

 

Maccaroni, pomodoro e domani

Sono le 3 parole che tutti hanno imparato da quando sono a Napoli. Questo perché in molti alberghi c’era un menù ripetitivo con maccheroni al pomo- doro a pranzo e a cena, mentre la risposta a tutte le loro richieste spesso era “domani”. Il problema più importante per molti è stata la lunga trafila per ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato, status che avrebbe poi aperto le porte ad un per- messo di soggiorno umanitario. La commissione territoriale di Caserta, l’organo addetto a valutare le storie di tutti i profughi della Campania e a de- cidere se concedere o meno i permessi umanitari, si è dimostrata incapace di gestire l’enorme flusso di richieste pervenutegli, impiegando dei tempi di risposta lunghissimi che hanno superato di gran lunga quelli previsti dalla legge, contribuendo ad aumentare il nervosismo e le tensioni all’interno dei centri. Alla fine del lavoro di indagine la commis- sione ha respinto quasi il 90% delle richieste di asilo, facendo una valutazione sulle condizioni del paese d’origine dei migranti (paesi del centro e del nord Africa) e non su quello di provenienza (la Libia). Gran parte dei richiedenti asilo hanno fatto ricorso alla decisione della commissione territori- ale presso il tribunale di Napoli, ottenendo dopo alcuni mesi il permesso umanitario con scadenza variabile in base al caso specifico, con una durata minima di 1 anno e una massima di 5. Finita ques- ta battaglia è iniziata per tutti la lunga trafila per ottenere i documenti di riconoscimento, battaglia che per molti non è ancora terminata a causa dei ritardi burocratici ed errori di trascrizione delle generalità.

 

Il centro di San Giuseppe. 

Il Cara di San Giuseppe Vesuviano, conosciuto come “Cos’ e pazz” o “Lord Byron”, è un centro di medie dimensioni che è arrivato ad ospitare un massimo di 56 rifugiati provenienti in gran parte dai paesi poverissimi della fascia centro occi- dentale dell’Africa (Mali, Costa d’Avorio, Ghana, Burkina Faso, Chad, Nigeria). La struttura accoglie 2 nuclei familiari più altri due sistemati in apparta- menti ubicati sul territorio comunale. L’hotel ospita anche diversi malati, alcuni anche gravi, che avrebbero bisogno di cure specifiche e di ricovero presso strutture ospedaliere specializzate. Come tutti gli alberghi diventati centri di accoglienza, quello di via Scudieri è stato gestito inizialmente dall’albergatore stesso per poi passare sotto la gestione della cooperativa sociale “New Family” di Poggiomarino. Nonostante la conduzione sia migliorata nel passaggio di consegne, le tensioni all’interno della struttura sono continuate, per lo più a causa dei ritardi nelle pratiche per ottenere i documenti e per le incomprensioni con lo staff del- la cooperativa. Insufficienza di personale qualificato, difficoltà di comunicazione dovute a carenze linguistiche e mancanza di competenze specifiche sono le principali cause degli attriti. Lo stesso edificio, trasformato da pub a centro di accoglienza per rifugiati, è stato negli ultimi mesi completamente abbandonato dalla proprietà e presenta parti di intonaco che si staccano dal soffitto e la rottura in più punti della conduttura fecale esterna che causa un orribile olezzo. I dipendenti della struttura dal canto loro, denunciano le continue richieste di soldi e l’aggressività dei rifugiati che ai loro occhi si comportano senza gratitudine. Uno degli episodi di maggiore tensione è stata la rivolta di due rifugiati nigeriani che, stanchi di aspettare da giorni una carta d’identità del comune di San Giuseppe Vesuviano, al ritorno in hotel si sono barricati per protesta all’interno della struttura fino all’arrivo delle forze dell’ordine. La questione carte d’identità è stata al centro di un botta e risposta tra la giunta, i funzionari comunali e i responsabili della cooperativa “New Family”, i quali accusano il comune di ritardare l’emissione delle carte nonostante una circolare della Prefettura di Napoli del 17 febbraio avesse invitato tutti i comuni ad emettere quanto prima il documento per permettere a tutti i rifugiati di uscire dai centri entro il 28 del mese. Al comune si difendono lamentando una mancanza di personale e accusando la cooperativa sociale di aver consegnato in ritardo i documenti necessari. Il dato di fatto, aldilà dello scaricabarile di rito, è che purtroppo il nostro è stato uno dei pochi comuni della Campania a consegnare in ritardo le carte. Il dramma umano di queste persone, evidentemente, non meritava un’attenzione particolare da parte di questa amministrazione.

 

Finisce un’emergenza, ne inizia un’altra.

Al 28 di febbraio il Ministero dell’Interno ha decretato la “chiusura dell’emergenza umanitaria Nord-Africa” sgomberando le strutture di accoglienza e consegnando un assegno circolare di 500 euro ad ogni rifugiato. Dei 56 ospiti dell’albergo “Cos ‘e pazz” sono rimasti soltanto i malati, le famiglie e quelli in attesa dei documenti. Non- ostante i milioni di euro spesi lo stato ha messo la parola fine a questa ennesima emergenza senza ottenere i risultati prefissati dal sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Il paradosso dell’accoglienza all’italiana è proprio questo: ospitare per quasi due anni migliaia di persone in fuga da una guerra, fornirgli vitto e alloggio tutti i giorni per poi abbandonarli all’improvviso senza un tetto e senza aver messo in atto alcuna adeguata politica di integrazione. Così il 2 marzo una parte dei rifugiati che è stata messa in strada ha deciso di lasciare il territorio comunale in cerca di fortuna altrove, mentre un’altra parte grazie a volontari e ad associazioni locali ha trovato casa ed un aiuto pratico per le prime necessità. Quasi tutti, dopo aver fatto lavoretti spesso in nero e sottopagati, sono ancora alla ricerca di un lavoro dignitoso che possa garantire a loro ed alle loro famiglie, dopo una vita in fuga da miseria e guerre, un futuro di pace e serenità.

di Luigi Ammirati Luigi Maria Pesce 

 

tratto da LP/laboratorio pubblico – n.1 marzo 2013

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