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Strade parallele. Immagini, momenti, individui e conflitti della San Giuseppe di ieri, oggi e domani.

 Strade parallele. Immagini, momenti, individui e conflitti della San Giuseppe di ieri, oggi  e domani.

Nel mese successivo sarebbero scaduti i 99anni che gli permettevano di avere ancora diritto all’eredità; qualora si fosse svegliato. 98 anni e 11 mesi prima tirò su il suo ultimo respiro. Diede il segnale all’operatore una volta fattosi il segno della croce, baciatosi le dita ed accostato le braccia al corpo. Fece un cenno con le palpebre, respirò, ed il suo corpo fu immerso nel fiume ghiacciato del tempo, l’algida alba dei millenni.

Poco prima aveva passato le sue ultime ore vicino al letto di Sofia all’Ospedale del Mare. Le accarezzò i capelli, passò le dita sulla linea delle gote, le disegnò il mento. Fissò la cannula tracheotomica, il tubo che permetteva al ventilatore di gonfiare i suoi polmoni attraverso la trachea, la sfiorò, per avvicinarsi al suo respiro. Le mise una mano sul petto, la guardò, dopodiché toccò il touchscreen accanto al letto e aspettò fissandole tutti i particolari che avrebbe potuto raccogliere in un millennio. 

Comparve l’ombra di un uomo alla porta. Pietro ne sentì i passi, si girò e gli fece un cenno. L’uomo avanzò, poi ribadì, rassicurante, di essere contento che fosse arrivato finalmente questo momento e chiese a Pietro se fosse pronto per proseguire con i documenti burocratici. Pietro annuì e l’uomo disimpegnò le mani raccolte dietro la schiena, aprì la cartellina foderata di neoprene e la porse a Pietro aperta con dentro un tablet e una penna. Pietro firmò due fogli elettronici, estrasse due penne USB dalla tasca e gli consegnò tutto. L’uomo raccolse la cartellina, la richiuse e si scostò di qualche metro. 

Si avvicinarono all’ingresso quattro uomini vestiti con un camice bianco, tessuto tecnico, sul petto stampato il simbolo della “Resurgens Vesuviana Cryogenic”; uno di loro portava in mano una coperta termica, si avvicinò al letto, posò la coperta sul corpo di Sofia. Uno di loro si avvicinò alla parete di vetro della stanza che dava sulla facciata esterna, un cielo cristallino splendeva in quella giornata di febbraio. Toccò il touchscreen installato sulla parete e dall’alto iniziò a scendere un ascensore esterno. Una volta che l’ascensore fu giunto al piano della stanza le pareti di vetro si aprirono e gli operatori poterono posizionare il letto nell’ascensore. Scesero a piano terra dove la vettura già posizionata era pronta a caricare il letto di Sofia con il respiratore meccanico. Anche Pietro scese al piano terra accompagnato dall’uomo della cartellina, gli strinse la mano fuori l’ingresso dell’ospedale e salì sulla macchina che aveva chiamato all’ingresso. Ordinò alla vettura di seguire il veicolo targato XY 2035 DC, in direzione della “Resurgens Vesuviana Cryogenic”. Il viaggio fu quanto mai silenzioso e scorrevole sulla statale del Vesuvio imboccata a Via Argine. Costeggiarono il vulcano, impegnarono l’uscita di San Giuseppe Vesuviano e si diressero verso le pendici del monte salendo da Via Santa Maria la Scala. Percorsero una strada scavata attraverso la pietra lavica, elegante, un solco all’interno di una sconfinata mantella grigia. Arrivarono all’edificio della ditta che si affacciava su un grosso spiazzale dove si erano appena fermate le auto, un grosso complesso polimerico e vetroso interamente alimentato dall’energiaeotermica. Pietro ordinò al veicolo di aprire lo sportello, uscì dall’auto. Alzò lo sguardo soffermandosi sul gigantesco logo che imperava sulla facciata dell’edificio: era un enorme cerchio diviso in due orizzontalmente. Sopra una goccia cadente, forse una lacrima, e sotto uno stagno florido di vita; sotto il logo la dicitura: “Qui exstitit in aeternum vivet”. Distolse lo sguardo dal logo e vide l’uomo con la cartellina fermo ad aspettarlo, tirò un sospiro e si apprestò a seguirlo. Si fermarono vicino all’ingresso aspettando che il letto di Sofia fosse trasportato all’interno dello stabile, dopodiché lo seguirono.

L’ingresso era vasto e arioso, non appena entrati furono accolti dall’equipe di specialisti loro assegnata. Dall’interno le enormi pareti di vetro erano completamente occupate da ologrammi che mostravano lo spettacolo della vita: atomi, molecole, cellule, tessuti, organi, organismi di ogni tipo. Un ologramma al centro della stanza, sospeso, produceva le immagini della vita passata e futura di Pietro e Sofia. Pietro strinse la mano agli specialisti. Era un gruppo formato da un medico, un biologo molecolare, un fisico, una chimica, un filosofo e una psicologa. Erano tutti e quattro abbastanza giovani, chi più chi meno, indossavano l’immancabile camice bianco con il logo della Resurgens. Il medico sorrise e guardò Sofia stesa sul letto. Chiese a Pietro come si sentisse e si congratulò con lui per la coraggiosa scelta di seguire sua moglie nell’ibernazione, dopo di che gli chiese se fosse pronto. Pietro rispose con un determinato sì, pieno di vita e di colori, guardando il corpo immobile di Sofia, al centro della sala, ascoltando il rumore costante del respiratore il cui ritmo sembrava prendere vita alla globale visione di quello spettacolo per gli occhi che era questa immensa sala, questo immenso tributo alla vita. Il medico chiese a Pietro di seguirlo e lo portò all’interno di una grande sala, adiacente, completamente bianca, anche questa molto grande. Era una stanza piena di grandi cilindri di metallo, le capsule per la criogenia. Ognuna di questa aveva uno schermo con su la foto del paziente, il nome, un numero identificativo e la temperatura del liquido all’interno. Di qui passarono poi in una stanza attigua, anche questa bianca, un’illuminazione più calda e molti oggetti di acciaio. (fine prima parte)

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