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Allarme obesità infantile in Campania. Uno studio sulle abitudini dei bambini di San Giuseppe

Da Laboratorio Pubblico n. 31, l’articolo “Allarme obesità infantile in Campania. Uno studio sulle abitudini dei bambini di San Giuseppe”.

Mang, a mamm”, una delle frasi tipiche del dialetto napoletano, ripetuto come una litania dalle mamme per invitare i figli a terminare il pasto. E che potrebbe essere una delle molteplici cause dell’aumento allarmante dell’obesità infantile in Campania. Infatti, la nostra regione detiene il primato negativo per bambini in sovrappeso e obesi: circa il 6% di quelli tra gli 8 e i 9 anni è severamente obeso, ben 23.059, mentre gli obesi sono 82.080 e quelli sovrappeso 103.841. Un dato impressionante, raccolto dal sistema di sorveglianza nazionale “OKkio alla SALUTE”, promosso e finanziato dal Ministero della Salute.

Nel 2000, l’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS) ha lanciato l’allarme, parlando di “silente epidemia globale”. Secondo l’International Obesity Task Force (IOTF), l’obesità infantile continua a crescere: nel 2013 erano 42 milioni i bambini affetti da patologia.
L’obesità è una condizione caratterizzata da un eccessivo accumulo di grasso corporeo e preoccupa in modo particolare in quanto i bambini che ne sono afflitti hanno maggiori possibilità di restare obesi anche da adulti e di conseguenza sono esposti a maggiori rischi di sviluppare una serie di condizioni patologiche. In primis, malattie cardiovascolari (ischemie, l’ictus), ipertensione arteriosa, ma anche diabete tipo 2, problemi muscolo-scheletrici e respiratori, alcuni tipi di cancro (in particolare al seno, al corpo dell’utero e al colon-retto). Inoltre, da subito, i bambini obesi sperimentano peggiori condizioni di salute fisica (tra i bambini obesi sono comuni problemi respiratori, ipertensione, resistenza all’insulina e problemi osteo-articolari) e mentale.
L’obesità è causata, nella maggior parte dei casi, da stili di vita scorretti (alimentazione ipercalorica, inattività fisica). È fortemente influenzata dal contesto familiare e socio-educativo e, come tale, è quindi condizione ampiamente prevenibile. I dati campani sull’obesità infantile sono molto interessanti per comprendere meglio la patologia e per cercare di contrastarla. Essa sembra essere direttamente proporzionale con il grado di scolarità delle famiglie: diminuisce sensibilmente con l’aumentare della scolarità della madre, dal 23,9% per titolo di scuola elementare o media, a 16,5% per diploma di scuola superiore, a 13,6% per la laurea. Le diseguaglianze sociali, purtroppo, si riflettono inevitabilmente sulla salute del bambino. Inoltre, quando almeno uno dei due genitori è in sovrappeso o obeso, circa il 30% dei bambini risulta essere in sovrappeso e il 20% obeso.

A questo fenomeno si aggiunge la mancanza di consapevolezza, da parte dei genitori, dello stato di sovrappeso/obesità del proprio figlio e del fatto che il bambino mangi troppo o si muova poco: solo il 29% delle madri dei bambini in sovrappeso si pone il problema di cosa mangi il proprio figlio, e solo il 41% dei bimbi poco attivi è consapevole del problema.
Dal rapporto del Ministero della Salute, emerge inoltre che i bambini campani fanno meno attività fisica rispetto ai coetanei delle altre regioni italiane. Si stima che circa 1 bambino su 4 risulti essere fisicamente inattivo, maggiormente le femmine rispetto ai maschi. La crescente disponibilità di televisori e videogiochi, insieme con i profondi cambiamenti nella composizione e nella cultura della famiglia, ha contribuito ad aumentare il numero di ore trascorse in attività sedentarie che si associa spesso all’assunzione di cibi fuori pasto che può contribuire al sovrappeso/obesità del bambino. Evidenze scientifiche mostrano che la diminuzione del tempo di esposizione alla televisione da parte dei bambini è associata a una riduzione del rischio di sovrappeso e dell’obesità a causa prevalentemente del mancato introito di calorie legati ai cibi assunti.

Bilancia

La scuola e le istituzioni possono (e devono) giocare un ruolo fondamentale nel migliorare lo stato dei bambini, sia creando condizioni favorevoli per una corretta alimentazione e per lo svolgimento dell’attività motoria, che promuovendo, attraverso l’educazione, abitudini alimentari adeguate. È proprio su queste premesse che un team di esperti della scuola di specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva dell’Università Federico II di Napoli, guidato dal Dott. Vincenzo Giordano, in collaborazione con l’associazione “Cittadini per l’Ambiente”, ha condotto un’indagine conoscitiva delle abitudini alimentari su un campione di bambini del 1° Circolo didattico di San Giuseppe Vesuviano. Un questionario di 11 domande compilato da 143 bambini tra i 6 e i 10 anni (suddivisi in gruppi omogenei di peso), mirato ad analizzare se i bambini abbiamo buone abitudini alimentari rispetto alla colazione, cosa solitamente mangino a pranzo, a merenda o a cena e se durante il pasto guardino la TV o utilizzino il computer. La ricerca e i suoi risultati sono stati presentati durante la conferenza nazionale della Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva, Sanità Pubblica (SItI) tenutasi a Milano nel Marzo 2015. Uno studio interessante e unico per San Giuseppe Vesuviano che ha dimostrato abitudini alimentari sostanzialmente corrette nel campione preso in esame. Tuttavia, concludono gli autori, “una soluzione univoca e facile per l’obesità infantile non esiste”.

Gli interventi di prevenzione, per essere efficaci, devono coinvolgere scuola e famiglie attraverso programmi integrati che interessino aspetti diversi della salute del bambino, quali alimentazione, attività fisica, prevenzione dei fattori di rischio, con l’obiettivo generale di promuovere l’adozione di stili di vita più sani.

La scarsa diffusione delle mense scolastiche, la sempre meno frequente (o assente) distribuzione di alimenti sani, l’indecente situazione delle palestre delle scuole cittadine associate alla carenza di risorse destinate allo sport, sono elementi di elevato rischio per i bambini sangiuseppesiLe iniziative promosse dagli operatori sanitari (come quella sperimentata a San Giuseppe), dalla scuola e dalle famiglie, possono essere realizzate con successo soltanto attraverso una piena consapevolezza del problema da parte delle istituzioni. Siamo ancora in tempo per aiutare i nostri bambini a crescere più sani. Vivranno meglio loro (e questo non ha prezzo) e avremo tutti un beneficio in termini di risparmio per il servizio sanitario nazionale.

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